Alcuni cenni sulla tua formazione e i referenti culturali che hanno influenzato la tua ricerca recente?

 

Ho avuto maestri al di fuori dell'ambito strettamente artistico; con loro iniziai ad approfondire la conoscenza di varie materie, dal cinema all'architettura, alla psicologia. Il passaggio a letture più specifiche, come Arnheim e McLuhan, fu piuttosto scontato, ma per i lavori di quegli anni traevo piuttosto spunto da Wenders, dai rave o dal web che cominciava a essere alla portata di tutti. Direi che i riferimenti culturali più presenti nel mio lavoro recente siano sociologici, gli studi di autori come Milgram e Goffman ad esempio, che hanno lungamente indagato le relazioni tra le persone e l'identità sociale.

 

Erving Goffman e Stanley Milgram, quali testi e quali passaggi ti interessano, vorrei capire in che modo li rifletti nella tua pratica pittorica.

 

Nel caso di Milgram il riferimento è forse più immediato, soprattutto per quel che riguarda le sue indagini sui ‘familiar strangers’, cioè coloro che incontriamo quasi quotidianamente, alla fermata del bus, dal lattaio, sotto casa e con i quali non abbiamo una interazione diretta. Come però sostiene Milgram, è comunque una relazione reale nella quale entrambe le parti accettano di non andare oltre nel rapporto, senza comunque nessuna implicazione ostile.

Ho fotografato persone per molto tempo in alcuni posti prestabiliti (alcuni di questi li ho anche seguiti perchè mi sembravano personaggi curiosi) per poi lavorare scontornando le loro sagome e creando nuovi gruppi, comunità giustapposte, che mai si erano incontrate nello stesso spazio o nello stesso tempo, ricreando pertanto situazioni possibili solo nella finzione.

In tal modo ho ricreato sulla tela una sorta di nuova mappa sociale: inedite identità ed occasionali relazioni, basate su sguardi, automatismi, punti di contatto elementari, il teatro del quotidiano per l’appunto, nell’accezione di rappresentazione sociale fornita da Goffman. Nei lavori degli ultimi anni ho poi eliminato quel che lo studioso definisce ‘territorio’ (un qualsiasi spazio delimitato da ostacoli alla percezione), cancellando tutti gli elementi utili a creare una locazione riconoscibile (bar, interni, elementi architettonici), cancellando o giustapponendo retroscena e ribalta.

 

In che modo ritieni che la pittura possa ancora costituire un medium ideale per la rappresentazione di queste relazioni 'deboli'?

 

L'eterna domanda sulla pittura… io non so se è il medium ideale per rappresentare qualcosa o muovere sentimenti, è il mio medium ed è una possibilità.

Lo è sempre stata e continuerà a esserlo, e non credo esista un conflitto tra funzione rappresentativa e autoriflessiva; sinceramente non credo di voler affermare qualcosa in particolare, semplicemente a un certo punto so che quella che ho in mente è l'immagine giusta, per cosa non lo so. Anche se rifletto o mi appassiono a teorie che sento in qualche modo appartenermi, una volta di fronte alla tela non so mai esattamente cosa ne verrà fuori o in che modo, o se questo sarà di una qualche utilità; posso solo contare sulla mia esperienza e sulle mie capacità, sugli strumenti a mia disposizione e illudermi che quel che sto facendo sia significativo per qualcuno. Come dice Richter mal che vada è un'offerta che faccio a chiunque sia interessato. Dipingere mi fa godere, ho sempre diffidato di chi dice che dipinge solo per stesso: in quanto artisti siamo egocentrici e abbiamo bisogno di conferme, siamo costretti a condividere il nostro lavoro, quindi dipingere è anche un'occasione per indagare noi stessi.

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Vorrei che mi parlassi di questa interrelazione testo - immagine che comunque sembra fondante sia per questa tua volontà dialogica sia per la tua ultima ricerca...

Come ti dicevo a me non interessa narrare 'una' storia e sperare che tutti la recepiscano, ognuno ha un suo trascorso ed è su quello che spero funzionino i miei lavori; io offro una possibilità per una storia, quel che vedo io e quel che vede lo spettatore di fronte a un mio dipinto è necessariamente diverso e sempre mutevole, altrimenti credo che sarebbe tutto molto noioso.

 

Visto che poni come fondamentale nella tua formazione l'approccio nei confronti del medium cinematografico, pur non avvalendoti di riprese ma di scatti fotografici per fissare le tue immagini, potresti indicarmi il tuo rapporto con il cinema... in che modo influisce sulla tua capacità di narrazione

 

Ritengo che la narrazione cinematografica sia quasi sempre esplicita e funzionale alle immagini, al contrario, volendo trovare un riferimento nei miei ultimi lavori (in cui il testo compare in maniera evidente, invadendo lo spazio della tela mentre prima esisteva solo in qualità di titolo) l'approccio è semmai più vicino alle teorie di Burroughs, quindi l'interrelazione tra il testo e l'immagine, non vuole spiegare o raccontare, ma piuttosto creare un corto circuito che modifichi le leggi associative che il linguaggio ci impone e spingere a pensieri o memorie diversi; come scriveva Guston: "Non so cosa sia un dipinto, né cosa susciti il desiderio di dipingere. Forse sono le cose, i pensieri, i ricordi, le sensazioni, che non hanno nulla a che fare con la pittura in sé... Il dipinto non è la superficie, ma il piano che vi è immaginato. È il piano che si muove nella mente."

 

In questo senso l'impiego massivo del bianco riporta la superficie alla tabula rasa di Manzoni?

Sì, trovo che il percorso sia simile; negli achrome bianchi di Manzoni c'era la volontà di creare uno spazio infinito e quindi infiniti significati, anche se lui lasciava che l'opera in qualche modo si creasse da sola; nei miei quadri io copro qualcosa che però sotto esiste ancora, cancello col gesso il 'territorio', proprio per non dare riferimenti che in qualche modo potrebbero indirizzare i pensieri, riducendo quindi la potenza dell'immagine.

 

Perchè parlando di ‘immaginazione del piano’ citi Philip Guston e non De Chirico?

Non so perchè ho citato Guston e non De Chirico, forse perchè anche nelle mie figure in movimento trovo una certa "resistenza delle forme a perdere la loro identità" cioè la resistenza dei miei soggetti a perdere il loro ruolo.

 

Cito un brano tratto da Statues, meubles et généraux, del 1927 : È già stato osservato più di una volta l'aspetto curioso che riescono ad acquistare letti, armadi, specchiere, divani, tavoli, quando ce li troviamo improvvisamente dinnanzi sulla strada, in uno scenario nel quale non siamo abituati a vederli: come accade in occasione di un trasloco, oppure in certi quartieri dove mercanti e rivenditori espongono fuori dalla porta, sul marciapiede, i pezzi principali della loro mercanzia. Tutti questi mobili ci appaiono sotto una luce nuova, raccolti in una strana solitudine: una profonda intimità nasce tra loro, e si direbbe che un misterioso senso di felicità serpeggi in questo spazio ristretto da loro occupato sul marciapiede, nel bel mezzo della vita animata della città e del continuo andirivieni della gente; un'immensa e strana felicità si sprigiona in quest'isola benedetta e misteriosa contro cui si scatenerebbero invano i flutti strepitosi dell'oceano in tempesta.

Mi sembra calzante alla mia ricerca: il comune denominatore è il cambiamento di percezione che si ottiene modificando i fattori di contesto. Ritengo che sia un’ulteriore dimostrazione che ognuno recepisce quel che è pronto a recepire, o che già ha dentro di sé. Per De Chirico dei mobili abbandonati su un marciapiede regalano un'impressione di felicità; ad altri una sedia vuota potrebbe suscitare una sensazione di abbandono o tristezza.

Riflettendoci lo trovo inerente al mio lavoro, soprattutto nel tentativo di cambiare i parametri e di annullare i pregiudizi.