
Un bianco che sembra il latte nel marmo pannoso di Wolfgang Laib. Un fondale asettico che diviene contesto, pavimento e cielo al contempo, sacca sociale di un galleggiamento dei corpi nella loro spudorata normalità quotidiana. Il mondo di Corrado Zeni ha scelto la timbratura estetica di una dissolvenza nel bianco più intenso. La città non esiste eppure la immaginiamo dai passi delle persone, dai flussi in avanti, dalle posizioni erette con cui si mantiene l’entropia della metropoli reale. Una città invisibile che attraversa la visione pittorica dell’artista ligure, connotando una matrice comune (la città bianca, appunto) dentro cui si stabiliscono storie diverse, intenzioni mancate, eventi individuali che stanno raccolti negli sguardi, nell’abbigliamento, nelle posture, nelle attitudini, nei modi delle persone ritratte.
In realtà tutto parte da una mimetica presenza urbana dell’artista. Zeni gira, cammina, osserva, guarda e riguarda: finchè scova facce più o meno tipiche, sguardi anomali, fisicità di cui intuisce un’energia particolare. A quel punto fotografa gli sconosciuti che reputa interessanti, rubando una loro istantanea nel momento in cui lo stesso autore sembra quasi non esserci. O meglio, sta vicino a loro (quanto basta per lo scatto) ma non dichiara la propria presenza, agendo come un raccoglitore emotivo di energie umane, storie sottese, eventi intuibili.
Il bianco, come dicevamo, è assoluto, pieno e spugnoso nella sua densità spiazzante. Ricorda gli schermi cinematografici di Hiroshi Sugimoto, sempre in uno stato sospeso tra negazione e ricordo, sul limbo tra forme immaginate e astrazione mentale, fatti accaduti e dissolvenza necessaria. Un bianco di sintesi e reiterazione ossessiva, testo pittorico che ricrea il contesto d’ambientazione delle storie umane. Sta qui il cuore del progetto: un esperanto geografico di pulita stesura pittorica, vero nonluogo che sintetizza le molteplici somiglianze tra spazi urbanizzati. Per Zeni quel bianco significa ritmo interiore, aggregazione primordiale e ordine animistico delle cose, quasi fosse una colla a presa umana molto rapida. La stessa tecnica, gesso impastato con colla di coniglio, dimostra che il bianco arriva da molto lontano, da modalità esecutive che hanno origini antiche e tornano nello stile attuale di un artista italiano. Bianco come corpo e spirito, figura e astrazione, vicino e lontano, vero e falso. Bianco come origine e nuova energia della vita.
La quantità di materiale fotografico, per intenti teorici e ovvie ragioni pratiche, deve essere elevata. Servono centinaia di scatti per selezionare le immagini più efficaci, quelle che catturano la sensibilità e l’interesse figurativo dell’artista. Una volta creato il giusto raggruppamento di scatti, inizia la costruzione digitale di un agglomerato umano che finora non esisteva. Zeni accosta persone in arrivo da svariati contesti, agisce secondo assonanze interiori, contrasti risolti, disarmonie così stridenti da risultare verissime. Più reali di tanto documentarismo da magazine patinato, di tanti stili dove il fotografo sembra mettere in posa la casualità. Una volta elaborata l’inquadratura coi suoi attori inconsapevoli, inizia il processo pittorico in cui vengono eliminate zone, esaltati particolari, inventate relazioni scambievoli. Nasce un mondo nuovo da un mondo che conosciamo a memoria. Guardiamo i corpi e rivediamo noi stessi a passeggio ma in maniera completamente diversa. Di colpo si pensa ad un film, “Sei gradi di separazione”, dove un’interessante teoria (ideata dal sociologo Stanley Milgram) crea legami invisibili tra gli sconosciuti che si sfiorano nel quotidiano. Zeni ragiona in modo simile e ipotizza una metropoli ideale in cui le storie si carezzano e si appartengono, anche quando non pensiamo ad alcuna plausibile comunanza.
L’atmosfera contestuale è tipica delle metropoli contemporanee. Grandi arterie e piccole strade, marciapiedi e spazi su cui scorrono migliaia di persone dentro la condizione del perpetuo ritardo. Gambe a passo veloce verso un traguardo parziale, sguardi concentrati o semplicemente intimiditi, abbigliamento funzionale che aggiunge notizie sullo status sociale. Il primo pensiero, cercando un archetipo fisico, vola a Manhattan: 5th Avenue, 6th Avenue, Madison Avenue, Broadway… stradoni impazziti dove le masse diventano tsunami corporei dalla risacca continua. Proviamo ad immaginare negozi, grattacieli e automobili al posto del bianco su cui galleggiano le figure. Immediatamente ricostruiremmo il contesto ma perderemmo il focus analitico sulle persone. E’ come se Zeni facesse col bianco ciò che Philip-Lorca diCorcia e Gregory Crewdson realizzano con la fotografia quando, attraverso sagomature di luce irreale, isolano le figure nel contesto urbano. Guardate bene i quadri e noterete che un personaggio risulta sempre sfocato, una sorta di anomalia poco spiegabile. Attorno a quel corpo ruotano la vicenda collettiva, le concentrazioni individuali, le timidezze e le assenze, certi erotismi del puro guardare. E’ una specie di bug misterioso che catalizza la nostra attenzione, un’anomalia matrixiana nel sistema dell’immagine figurativa.
Ovviamente nulla è casuale nella costruzione dell’immagine. Hanno un preciso senso gli incroci di sguardi, le distanze e vicinanze, le tipologie d’abbigliamento, gli accessori in maggiore o minore evidenza. I quadri si calibrano attorno al numero di protagonisti in campo. Hanno chiare valenze le quantità di bianco, gli incastri prospettici, l’uso costante di un orizzonte frontale che scorre da sinistra a destra (sia per linee rette che in diagonale) e viceversa. Alla fine vince un risultato dai toni omogenei in cui devi indagare le corde invisibili che legano le persone. E poi contano gli stessi sguardi, bisogna osservare gli occhi e le posture del volto. Alcuni camminano piano, altri corrono, qualcuno attende qualcosa, diverse figure osservano e sembrano porsi una domanda. Non sapremo mai cosa pensano ma possiamo trasferirli nel nostro passeggiare urbano, quando attraversiamo le strade e guardiamo gli sconosciuti: immaginando le loro vite, le passioni e i dolori che sanno nascondere, i desideri e il disincanto che si portano dentro, le mille stranezze private. Domandandoci, subito dopo, quali e quante cose ci legano senza saperlo. Davanti ai quadri di Zeni scatta la voglia di conoscere l’ignoto, entrarci dentro con un eccitante miscuglio di coraggio e rischio. La sua arte è il luogo del mistero urbano, un catalizzatore di tensioni crescenti, una dimensione troppo “normale” dove Alfred Hitchcock e Georges Simenon incontrano idealmente Jim Jarmusch e Wim Wenders.
Un bianco affascinante e melanconico, accogliente ma dispersivo per il normale orientamento prospettico. Un colore di candida purezza che abbassa lo stress urbano, la troppa fretta, il ritmo ipercinetico delle ore lavorative. Sembra lo spazio ideale di una rigorosa musica elettronica, vedi To Rococo Rot, Mouse On Mars, Akufen, Fila Brazillia… gruppi diversi dai costrutti sonori accoglienti, autori di metriche distese senza polarità predefinite, di suoni in cui lasciarsi trascinare nel puro galleggiamento. Ogni opera riuscita possiede sempre una musica idealmente adeguata, in questo caso capisci subito che la musica non solo accompagna la pittura ma appartiene al Dna di Zeni. Alcune settimane fa volevo chiedergli cosa ascolta ma ho preferito mantenere, senza parlarne con lui, una piccola certezza: che proprio quella musica elettronica appartenga ai quadri, scorra insieme al flusso del pennello, lungo le vicende figurative di una spietata osservazione del reale. E poi, sulla scia di suoni che hanno la fantascienza nelle loro attitudini, chissà che le opere non siano l’idea in sintesi di un mondo tra “Matrix” e il John Carpenter di “Essi Vivono”? Un luogo dove la virtualità elettronica ha scandito il mondo che crediamo di vedere. Un luogo degli estremi che solo la pittura poteva raccontare in maniera così ambigua, astratta, mentale.