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Tra Noi Tutti Penetrazione, penetrazione parziale, vicinanza, distanza. Con queste quattro parole possiamo descrivere l’oggetto di studio dei proxemics, una disciplina di ricerca psicologica che guarda al nostro comportamento in base a come e quando manteniamo o no le distanze. Noi umani, in quanto animali territoriali, usiamo di solito mantenere una distanza nei confronti degli altri. In alcune situazioni permettiamo il superamento di tali barriere, basate su di una gamma di norme culturali innate. Occasionalmente, come in ascensore, ci sentiamo a disagio; in altri casi sentiamo l’opposto, anche se per un lasso di tempo relativamente breve. Tra tutti noi, esiste solitamente uno spazio. Nell’ andirivieni generale di una moderna metropoli, tale spazio è ridotto. Siamo troppo numerosi. Non abbiamo bisogno di impiccarci come i bambini nel romanzo di Thomas Hardy : “Jude the Obscure” (1895), ma, riponendo fiducia nei sistemi di pubblica sicurezza, dobbiamo conformarci alle necessità minime, e come i topi, accettare che lo spazio tra noi si riduca. Forse ad attrarci è proprio l’importanza dello spazio, aperto e bianco, che isola e divide i soggetti nei dipinti di Corrado Zeni, dandoci un respiro estetico dello spazio stesso. Le figure sono in movimento, e nonostante la preponderanza di spazio bianco tra le dramatis personae, possiamo definire le sue ambientazioni come una presa diretta del quotiano cittadino, nel quale ci sentiamo a nostro agio. Alcune figure, invece, si trovano o camminano molto vicine tra di loro. Questo potrebbe in alcuni casi essere motivato dal loro essere, in qualche modo, “insieme”, ma esteticamente sembra che galleggino tutti liberamente nell’universo pittorico dell’artista. Come spiega Corrado Zeni : “In quanto umani vivamo ed interagiamo attraverso una serie fortemente diversificata di spazi fisici. Ognuno di noi presenta la propria interpretazione di un luogo utilizzando una miriade di esempi quali pubblico privato, grande piccolo, diurno notturno, chiassoso tranquillo, e affollato vuoto. Non è una sorpresa che sia la gente con la quale dividiamo tale spazio che domini la nostra percezione di un luogo. … più precisamente gli individui che influenzano la nostra percezione dello spazio pubblico sono quelli che osserviamo ripetutamente senza interazione reciproca, i nostri familiar strangers (sconosciuti familiari).” (1) Zeni, come racconta, dipinge “persone che osservo e seguo alla fermata dell’autobus, della metropolitana o della stazione ferroviaria; scatto centinaia di fotografie a soggetti che mi interessano, e compongo in seguito su un layout digitale.” Ciò significa che Zeni fotografa situazioni urbane e, con l’aiuto di un software, isola le figure, cancella gli sfondi e ogni tanto anche qualche accessorio, per poi dipingere l’mmagine creata. Nelle sue raffigurazioni concentra spesso personaggi che in realtà non sono mai stati nello stesso luogo o nello stesso tempo. Cancellando sia il background pubblico che quello privato, l’artista ricostruisce le identità per mezzo della pittura. E qui è infatti con la pittura che dobbiamo confrontarci. Anche se potremmo essere colpiti dall’effetto fotografico, la pittura è ciò che realmente vediamo ed afferriamo. La visione fotografica in pittura esiste sin dal celebre dipinto di Edgar Degas raffigurante il Conte Lepic con le figlie a Place de la Concorde, che riapparve in Russia pochi anni fa. Ed è grazie al lavoro dello storico dell’arte Max Imdahl che apprendiamo quanto questo capolavoro, sia effettivamente una complessa elaborazione della realtà. Questo vale anche per le opere di Corrado Zeni. Gli uomini che indossano un abbigliamento casual, con occhiali sportivi e le mani in tasca, o le donne con i jeans e i tacchi a spillo che portano borsette e buste della spesa sono ritratti in maniera fotografica, completate dalla sfocatura, ottenuta con il movimento, di tutto ciò che li circonda. Nonostante ciò, la costruzione dell’immagine si rifà quasi sempre a modelli estetici classici e universali, come per esempio la sezione aurea. Anche qui ci troviamo di fronte ad un’elaborazione complessa della struttura del dipinto. Il più alto grado di unificazione dell’opera è la pittura. Quando gettiamo un ulteriore sguardo, le figure perdono velocemente la loro apparenza fotografica, assumendone una pittorica. Quella che una volta era un’identità “reale”, si dissolve venendo ricomposta in un mondo diverso, abbracciando una realtà differente, la realtà dell’arte. Ciò che era stato in precedenza un attimo fuggente, come il vento che soffia attraverso una finestra, viene fermato, si congela in una situazione pittorica che rimane comunque dinamica. Uno spettacolo cangiante di possibilità e potenzialità. Lo “spazio tra noi tutti” sostiene quest’idea mostrandosi il più pittorico possibile: Un manto bianco di pittura con i segni veloci e circolari del pennello che sottolineano l’essenza piana della superfice. Ma c’è di più. Corrado Zeni si riferisce esplicitamente all’esperimento di psicologia intrapreso dal sociologo americano Stanley Milgram, condotto nel 1967. Milgram cercò di provare la tangibilità dell’ipotesi secondo la quale, come nel lavoro di Zeni , “membri di un vasto sistema sociale sarebbero connessi tra di loro mediante brevi catene di parentela.” L’esperimento di Milgram consisteva nel selezionare a caso poche centinaia di cavie umane provenienti dal Kansas e dal Nebraska al quale venivano spediti dei formulari tipo passaporto che dovevano compilare e a loro volta rispedire a uno o più “target”, persone sconosciute residenti nell’area di Boston (Mass.). Gli individui scelti da Milgram dovevano fornire dettagli demografici personali e spedire le buste a persone conosciute solo dal cognome e che pensavano avrebbero potuto fornire maggiori dettagli sul target sconosciuto. Ogni busta venne tracciata e così Milgram fu in grado di stabilire il suo celebre “sei gradi di separazione” (il titolo della mostra di Zeni, ma anche, un opera teatrale di John Quare del 1990), che dimostrava come la catena di legami di conoscenza si riducesse a sei gradi. Dunque, in un certo senso, che gli sconosciuti sono in realtà “familiari”(“familiar strangers” è diventato una sorta di slogan). Nell’età dell’ e-mail e di internet pensiamo che il “piccolo mondo” di Milgram (che ricorda il “villaggio globale” di McLuhan’s ) sia un dato di fatto. Ma Corrado Zeni ci mette in guardia: “il fenomeno del piccolo mondo … si basa su fondamenta empiriche estremamente sottili. La prova… che sostiene tale ipotesi porta ad una rivendicazione considerevolmente più ristretta di quella che viene solitamente attribuita al suo lavoro … solo poche dozzine di catene sono state infatti completate … Inoltre, stando ad una ricerca inedita di Judith Kleinfeld, basata sul suo lavoro sugli appunti originali di Milgram … dati che non furono resi pubblici da Milgram … tale ipotesi non è sostenibile… è sorprendente infatti che nessuno studio su larga scala che seguisse le orme del primo sia mai stato completato.” Gli individui dipinti da Zeni vogliono palesemente contraddire gli esperimenti di Milgram. Forse ci sono sei gradi di separazione. Forse sette o una dozzina o forse più. Ma tutto questo non ha reale importanza perché come dimostra Zeni ci sono troppe situazioni e variabili. Il carattere statico di un’ipotesi psico-sociologica viene qui trasformata in uno sguardo estetico, artistico e dinamico. Non eravamo a conoscenza di tutto prima? No, decisamente non lo eravamo. L’esperienza estetica ci conduce verso nuove frontiere della conoscenza, dandoci la possibilità di sfidare il mondo, al meno sotto certi aspetti. Questa è una delle principali funzioni dell’arte. 1) Riferimento agli studi di Stanley Milgram che ha coniato l’spressione “familiar stranger” |