Why not?


Tempus fugit et avidissimos sui deserit.
Nec quod futurum est meum est nec quod fuit.
In puncto fugientis temporis pendeo
et magni est modicum fuisse.
(Seneca)


Immersi in un luogo senza tempo, sospesi in uno spazio privo di dimensioni, coordinate e prospettive, i protagonisti dei quadri di Corrado Zeni vengono dal niente e vanno verso il nulla, alla disperata ricerca di quell’identità che finalmente potrebbe assicurare loro i drammi, le gioie e le situazioni che altri chiamano vita. Senza panorami alle spalle, senza strade da percorrere, senza orizzonti da contemplare, rimangono in attesa di un copione da recitare, di una quinta teatrale avanti cui far valere e sentire il proprio carattere. Seppur abbigliati alla maniera contemporanea, nonostante una gestualità e molti atteggiamenti da anni del boom, sono personaggi da teatro dell’arte, figure canonizzate da raggruppare, alternare e mettere a confronto per inscenare una commedia realistica, uno sprazzo di quotidianità, in chiave moderna una sit-com. È chiaro che non sono la versione attualizzata d’Arlecchino e Pantalone, non si presentano quali maschere esasperate d’un costume o una classe sociale, ma qualcosa di loro tradisce una vocazione, un istinto vitale, un modo di essere. Nonostante vaghino in un buco nero, dove non esiste null’altro oltre loro, con le andature dinoccolate da studenti del college, con gli sguardi stanchi e vuoti da vitelloni dell’happy hour, con i gesti apatici e ripetitivi da impiegati insoddisfatti finiscono con lo svelarsi, coll’andare a costruire uno spaccato ampio e soddisfacente della società attuale. Anche se niente lo dimostra, anche se attorno a loro non esistono quegli oggetti e quei luoghi che oramai rappresentano il senso più profondo e la controprova dell’esistenza dell’uomo (consumo dunque sono), nei lavori di Zeni si aggirano impiegati in libera uscita e allievi in perenne fuoricorso, artisti disoccupati e manager a mezzo servizio. Ma forse sarebbe più giusto dire aspiranti impiegati in libera uscita, aspiranti allievi fuoricorso, aspiranti artisti e manager, perché senza una scena, senza un canovaccio da seguire, interpretare e rielaborare tutti rimarranno nel limbo, in una vita ipotetica che sarebbe potuta andare ma che non si è messa in moto. Isolando le figure dai loro contesti abituali e naturali, mostrandole senza i paraventi delle architetture, degli oggetti e delle situazioni, l’artista svela quanto siano labili le regole che reggono il gioco contemporaneo, come possa bastare un velo di gesso bianco coprente per mettere a nudo il re. Privati delle consuetudini, alleggeriti di quelle misere sicurezze che i rapporti superficiali e ripetuti sanno magnificamente dare, gli affannati prim’attori del tempo di oggi ˆ studenti, manager e impiegati ˆ sono solo una massa indistinta, una folla di protagonisti mancati, una pletora di eroi falliti. Nei quadri di Zeni sono ancora lì ad attendere i quindici minuti di celebrità promessi a tutti da Warhol, o quel fatidico raggio verde rohmeriano che segna i grandi incontri, quelli che valgono una vita. In un certo senso, la pittura di Zeni può davvero equivalere al cinema di Eric Rohmer: entrambi raccontano e mostrano senza enfasi, senza la volontà d’idealizzarla, la gente comune, con il suo tran tran privo di picchi e di vere felicità, con la sua vita perfetta e sicura ma indegna d’essere vissuta. A volte, nelle pellicole del cineasta francese, un evento semplice semplice cambia le prospettive, regala una boccata d’ossigeno ai protagonisti, dà senso a ciò che prima pareva non aver logica, ed è quell’evento che qualcuno attende sulle tele del pittore. Il raggio verde capace di ricolorare il mondo, di tirarlo fuori dal bianco, di fare in modo che i personaggi, non sei ma molti di più, abbiano finalmente l’autore che tanto volevano.

Parafrasando un passo del De brevitate vita senechiano, le figure dipinte da Corrado Zeni vivono sospese in un attimo del tempo che fugge. Non possiedono ciò che è stato né ciò che sarà, e sarebbe già straordinariamente importante per loro poter lasciare un minimo segno. Quel che gli manca è l’occasione per farlo. Rischiano di bucare l’appuntamento con la vita nel mentre continuano ad aspettare Godot, a cercare un’identità che si sposi perfettamente coi loro desideri e con le loro forme. Per precipitare nella realtà gli basterebbe il coraggio dell’incoscienza, che sembra mancargli, o quello della disperazione, che non sembrano poter davvero raggiungere. Se non avessero niente da perdere, nemmeno la speranza di un fantomatico raggio verde o di un quarto d’ora di celebrità, forse finalmente si getterebbero nella mischia senza badare al peggio, al suono di una frase delirante e straordinaria alla Sam Peckinpah: Why not?.

Per ottenere il senso di vuoto desiderato, l’atmosfera d’attesa vigile ma quasi rassegnata, Zeni si affida a una pittura in cui la presenza della materia, pur suggerita e tradita dal procedere delle pennellate, alcune anche larghe e decise, è edulcorata da una consistenza liquida e morbida, tutt’altro che aggressiva, del colore. I toni cromatici, seppur vivi, appaiono volutamente appannati, ingoiati da un fondo bianco ottundente, quasi a lenire il dolore per un mancato racconto. C’è qualche grumo, ci sono i segni della costruzione del disegno, ma come in una candida e linda stanza d’ospedale tutto è soffuso, soffocato dall’ambiente e dalla situazione. Il dramma della vita è rimandato in là nel tempo, i suoni rimbalzano da una parte all’altra delle opere senza fermarsi, scivolando via dai soggetti, lasciandoli soli nel silenzio assoluto. In questo modo alla negazione della prospettiva interna si sovrappone nei quadri la mancanza di spessore materico, l’insieme si fa impalpabile e il dipinto arriva a somigliare a una fotografia bruciata da un’esposizione sconsiderata. Nei ritratti ripresi da lontano con toni sfuocati, nelle macchie che si allargano sui visi come fossero bagnate da spruzzi d’acqua non c’è però la volontà d’evocare il fuori fuoco fotografico, la ripresa meccanica del movimento: piuttosto c’è una lotta interna tra campiture, il tentativo di mediare tra l’assoluta pulizia del bianco e la nitidezza delle forme colorate. Il fuori fuoco media i contrasti, fonde le parti diverse, crea un passaggio dalla monocromia al colore.

Zeni non usa la pittura per tirare fuori dalla tela i soggetti che gli interessano, per far venire alla luce figure destinate a incontrare lo spettatore. È profondamente diverso da gran parte della figurazione attuale, legata alla creazione di un’icona, al parto di nuovi miti. Non cerca la potenza espressiva, rifugge la dimostrazione tecnica e, piuttosto che produrre un’altra realtà, preferisce affogare quella esistente nell’olio, nasconderla alla vista, costruire tra lo spettatore e i personaggi una sorta di barriera difficilmente valicabile. Se le pennellate di molti altri autori invadono la tela, la inondano e la schiacciano, la usano come superficie su cui far rimbalzare le immagini verso chi le guarda, lui sceglie di esaltarne la porosità, la capacità d’assorbimento. Va dentro l’immagine, costruisce il lavoro dal profondo. E forse accetterebbe anche di vederlo sparire in quel bianco dove tutto sembra destinato a perdersi.